LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 1944

Discussione in 'I Diari del Sesto' iniziata da 6S.Cipson, 25 Gennaio 2012.

  1. 6S.Cipson

    6S.Cipson Active Member

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    Sea American Memorial, Philippines

    LA PIU' GRANDE BATTAGLIA TRA PORTAEREI DELLA STORIA - MARIANNE, 19, 20 giugno 1944

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    Schieramenti

    [​IMG]Stati Uniti d'America



    Comandanti

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    Raymond A. Spruance

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    Marc A. Mitscher

    Effettivi
    7 portaerei di squadra
    8 portaerei di scorta
    7 navi da battaglia
    8 Incrociatori
    12 Incrociatori leggeri
    67 cacciatorpediniere
    22 sottomarini
    956 aerei

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    USS Lexington CV16-10



    [​IMG]Giappone

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    Jisaburo Ozawa

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    Kakuji Kakuta

    Effettivi
    5 portaerei di squadra
    4 portaerei leggere
    5 navi da battaglia
    12 incrociatori
    2 incrociatori leggeri
    altre navi
    680 aerei (di cui 250 con base a terra)

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    IJN Taiho

    La battaglia del mare delle Filippine (battaglia delle Marianne) fu una battaglia aeronavale della guerra del Pacifico durante la seconda guerra mondiale combattuta tra US Navy e la Marina imperiale giapponese tra il 19 e il 20 giugno 1944 al largo delle isole Marianne.
    L'azione fu un disastro per la forza giapponese che perse quasi tutti i suoi aerei imbarcati su portaerei e un terzo delle portaerei impegnate nella battaglia.
    Successivamente a questo combattimento, la forza di portaerei della marina giapponese non fu più militarmente efficace.


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    Mappa della battaglia


    Operazione A-Go

    Nel settembre 1943 il quartier generale della marina giapponese decise che era il momento giusto per riprendere l'offensiva nel Pacifico. Le perdite della Battaglia delle Midway erano state in gran parte rimpiazzate, anche in termini di numero di portaerei e, poiché gli Stati Uniti stavano attaccando le isole in possesso dei giapponesi nella loro campagna di "avanzamento a balzi", l'inferiorità in aeroplani imbarcati poteva essere controbilanciata con l'aggiunta delle forze aeree con base a terra. Il risultato fu l'Operazione A-Go, che avrebbe dovuto aver luogo all'inizio del 1944, attaccando la Flotta del Pacifico USA mentre questa avrebbe lanciato la sua nuova grande offensiva. Il 3 maggio gli ordini per A-Go furono inviati e l'attesa iniziò.

    L'11 giugno le forze USA imbarcate su portaerei iniziarono una serie di piccoli attacchi sulle Marianne, convincendo l'ammiraglio Toyoda Soemu, comandante in capo della Flotta combinata, che gli USA si stavano preparando all'invasione. Questa fu una sorpresa dato che si aspettavano che il successivo bersaglio degli USA sarebbe stato più a sud (o le Isole Caroline o l'arcipelago di Palau) e pertanto le Marianne erano protette da una debole forza di soli 50 aerei.

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    Mezzi anfibi USA in avvicinamento a Saipan

    Il 15 giugno 1944 gli USA iniziarono gli sbarchi su Saipan e Toyoda diede l'ordine di attacco.

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    Sulle sabbie di Saipan


    (continua)...
  2. 6S.Cipson

    6S.Cipson Active Member

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

    La porzione principale della flotta, consistente di sei portaerei e di numerose navi da battaglia si incontrò il 16 nella parte occidentale del Mare delle Filippine, completando i rifornimenti di carburante il 17 giugno successivo.

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    Sbarchi su Saipan, Guam e Tinian



    La risposta USA

    Le forze giapponesi vennero avvistate il 5 giugno dai sottomarini statunitensi e il giorno successivo l'ammiraglio Raymond A. Spruance, comandante della 5ª Flotta USA, si convinse che una grande battaglia era imminente. Per il pomeriggio del 18 giugno la Task Force 58 (la Fast Carrier Task Force) venne radunata nelle vicinanze di Saipan per incontrare l'attacco giapponese.

    La TF 58 consisteva di cinque gruppi principali. All'avanguardia (a occidente) si trovava il Task Group 58.7 (TG 58.7) dell'ammiraglio Willis A. Lee, la Linea di Battaglia, consistente di sette navi da battaglia veloci. A nord di queste c'era il gruppo di portaerei più deboli, il Task Group 58.4, al comando del contrammiraglio William K. Harrill composto da tre portaerei. A est si trovavano tre gruppi di quattro portaerei ciascuno allineati da nord a sud: il Task Group 58.1 del contrammiraglio Joseph J. Clark, il Task Group 58.2 del contrammiraglio Alfred E. Montgomery e il Task Group 58.3 del contrammiraglio John W. Reeves.

    Poco prima della mezzanotte del 18, l'ammiraglio Chester Nimitz inviò a Spruance un messaggio dal quartier generale della Flotta del Pacifico, indicando che l'ammiraglia giapponese si trovava approssimativamente 560km a ovest-sud-ovest della Task Force 58. Poco dopo Mitscher chiese il permesso per dirigersi a occidente durante la notte, in una posizione ideale per un attacco all'alba contro le forze nemiche. Comunque Spruance rifiutò. Durante i preparativi della battaglia, era preoccupato che i giapponesi attirassero la sua flotta principale lontano dalle zone di sbarco, usando una forza di diversione, attaccando poi ai fianchi la forza di portaerei statunitensi, andando infine a colpire le forze di invasione al largo di Saipan. Decise quindi di piazzare la TF 58 in una posizione difensiva lasciando che i giapponesi decidessero il ritmo della battaglia.

    Dopo la battaglia, e ancora oggi, il comportamento prudente di Spruance venne duramente criticato da molti ufficiali, ma è istruttivo confrontare la sua cautela con l'impetuoso inseguimento di una forza diversiva di portaerei giapponesi dell'ammiraglio William Halsey, Jr. alla battaglia del golfo di Leyte.



    Prime azioni. 19 giugno

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    Ozawa's Raids

    Alle 05:30 il TF 58 si diresse controvento verso nord-est e iniziò a lanciare pattuglie aeree. Circa allo stesso tempo diversi dei 50 aerei di Guam iniziarono missioni di ricerca. Alle 05:50 uno di questi, un Mitsubishi "Zero" scoprì il TF 58. Dopo aver trasmesso via radio la sua posizione, attaccò uno dei cacciatorpediniere in missione di sorveglianza, e venne abbattuto.

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    Tracce dei caccia segnano il cielo sopra la Task Force 58, 19 giugno 1944

    Nel giro di un'ora il resto delle forze di Guam venne inviato all'attacco. Furono avvistate sul radar ed un gruppo di Grumman F6F Hellcat della Belleau Wood venne inviato a investigare. Questi arrivarono mentre l'attacco veniva ancora lanciato dall'aeroporto di Orote. Nel giro di pochi minuti vennero avvistati contatti radar aggiuntivi, che si rivelarono essere forze aggiuntive lanciate verso nord da altre isole. Scoppiò una grande battaglia, 35 aerei giapponesi vennero abbattuti e la battaglia era ancora in corso un'ora dopo, quando gli Hellcats furono richiamati alla portaerei.

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    F6F-3 in atterraggio sulla 'Lexington' (CV-16) — Task Force 58


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    Schema della Battaglia


    Raid giapponesi

    L'ordine di richiamo era stato dato dopo che, verso le 10:00, diverse navi della TF 58 avevano rilevato contatti radar a 240 km a occidente. Questo fu il primo dei raid lanciati dalle portaerei giapponesi, composto da circa 68 aerei. Il TF 58 iniziò a lanciare tutti gli aerei che poteva mentre i giapponesi erano in volo ed erano arrivati a 110 chilometri. Comunque questi commisero un errore fatale iniziando a girare in cerchio per raggruppare le formazioni per l'attacco. Questo ritardo di dieci minuti consentì al primo gruppo di Hellcats di affrontare gli attaccanti alle 10:36, mentre si trovavano ancora appunto a 110 chilometri. Furono rapidamente raggiunti da gruppi aggiuntivi e nel giro di pochi minuti 25 aeroplani giapponesi furono abbattuti, al costo di un solo aereo statunitense.

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    Velivolo giapponese in fiamme

    Gli aerei giapponesi sopravvissuti furono affrontati da altri caccia e altri 16 furono abbattuti. Dei rimanenti alcuni eseguirono attacchi contro i cacciatorpediniere di pattuglia Yarnall e Stockham, senza causare alcun danno. Tre o quattro bombardieri raggiunsero il gruppo delle navi da battaglia e uno colpì direttamente la South Dakota (BB-57) causando molte vittime, ma senza riuscire a metterla fuori uso. Nessun aereo della prima ondata di Ozawa riuscì a giungere fino alle portaerei statunitensi.

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    USS South Dakota

    Alle 11:07 il radar rilevò un altro e più consistente attacco. Questa seconda ondata era composta da 109 aerei. Furono affrontati a 100 chilometri di distanza e non meno di 70 furono abbattuti prima di raggiungere le navi. Sei attaccarono il gruppo del contrammiraglio Montgomery cogliendo dei quasi centri che causarono morti su due portaerei. Quattro dei sei bombardieri furono abbattuti. Un piccolo gruppo di aerosiluranti attaccò la portaerei Enterprise, lanciando un siluro che esplose nella scia della nave. Tre altri aerosiluranti attaccarono la portaerei leggera Princeton, ma furono tutti abbattuti. In totale 97 dei 107 aerei attaccanti furono abbattuti.

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    Gli attacchi contro la Task force 58 la mattina del 19 Giugno


    La terza ondata, consistente di 47 aerei, arrivò da nord. Venne intercettata da 40 caccia alle 13:00 a circa 90 chilometri dalla task force. Sette aerei giapponesi vennero abbattuti. Alcuni riuscirono a passare e fecero un attacco inefficace contro il gruppo dell'Enterprise. Molti altri non spinsero fino in fondo l'attacco. Quest'ondata soffrì meno perdite delle altre e 40 aerei riusciono a tornare alle loro portaerei.

    La quarta ondata venne lanciata tra le 11:00 e le 11:30 ma aveva ricevuto dati errati riguardo alla posizione del gruppo statunitense e non riuscì a trovare la flotta. Si divise in due gruppi che tornarono a Guam e Rota per rifornirsi. Un gruppo di aerei, volando verso Rota, si imbatté nel task group dell'ammiraglio Montgomery. Diciotto di questi aerei diedero battaglia contro i caccia statunitensi e metà di questi aerei giapponesi fu abbattuta. Sempre riguardo alle forze aeree giapponesi dirette verso Rota, un gruppo più piccolo, composto da nove bombardieri in picchiata, evitò i caccia statunitensi e attaccò la Wasp e la Bunker Hill, fallendo nel mettere a segno almeno un colpo. Otto di questi aerei furono abbattuti nel corso dell'attacco. Il gruppo principale di aerei giapponesi, che invece era diretto verso Guam, venne intercettato durante l'atterraggio all'aeroporto di Orote da 27 Hellcats. Trenta dei quaranta aerei giapponesi venne abbattuto e i rimanenti vennero danneggiati senza speranza.

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    La Bunker Hill viene quasi colpita da una bomba giapponese durante gli attacchi aerei del 19 giugno 1944.



    Attacchi sottomarini

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    HIJMS Taiho

    Alle 08:16 il sottomarino statunitense Albacore avvistò il gruppo di portaerei di Ozawa e iniziò un attacco sulla più vicina, che risultò essere la Taiho, nave ammiraglia di Ozawa. Nel momento in cui stava per lanciare, la sua centrale di controllo del fuoco fallì, e i siluri vennero lanciati "a occhio". Quattro dei sei siluri mancarono il bersaglio. La Taiho aveva appena lanciato 42 aerei come parte della seconda ondata e Sakio Komatsu, pilota di uno di quegli aerei, avvistò uno dei due siluri che invece erano diretti verso la portaerei e lo investì con il suo aeroplano, ma l'ultimo siluro colpì la portaerei a tribordo, vicino ai serbatoi del carburante degli aerei. Inizialmente il danno non apparve serio.

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    HIJMS Shokaku

    Un altro sottomarino, il Cavalla, riuscì a portasi in posizione d'attacco contro la Shokaku (della classe omonima) circa verso mezzogiorno. Tre siluri colpirono la Shokaku, incendiandola. Alle 15:00 il fuoco raggiunse il magazzino delle bombe, facendo esplodere la nave.

    Nel frattempo la Taiho cadeva vittima di un negligente controllo danni. Per ordine di un ufficiale poco esperto, il suo sistema di ventilazione venne fatto funzionare a piena potenza nel tentativo di evacuare i vapori esplosivi dalla nave. Questo invece diffuse i vapori in tutta la Taiho e alle 17:32 questa esplose e affondò.

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    USS Albacore



    Contrattacco statunitense


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    Nella notte La TF 58 navigò verso occidente per attaccare i giapponesi all'alba. Pattuglie di ricerca vennero inviate con le prime luci.


    (continua)...
    Ultima modifica: 25 Gennaio 2012
  3. 6S.Cipson

    6S.Cipson Active Member

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

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    HIJMS Zuikaku

    Dopo che la Tahio era stata colpita Ozawa si era trasferito al cacciatorpediniere Wakatsuki, ma l'equipaggiamento radio di bordo non era capace di trasmettere la quantità di messaggi di cui necessitava, quindi alle 13:00 si trasferì ancora una volta sulla Zuikaku. Fu allora che apprese delle disastrose missioni del giorno prima e che gli restavano solo 100 aerei o meno. Nonostante ciò decise di continuare gli attacchi pensando che c'erano centinaia di aeroplani su Guam e Rota e iniziò a pianificare nuovi attacchi da lanciare il 21.

    Le ricerche americane non riuscirono a rintracciare la flotta giapponese fino alle 15:40, comunque il rapporto era stato così confuso che Mitscher non sapeva cosa era stato avvistato o dove. Alle 16:05 ricevette un nuovo, più chiaro, rapporto e decise di lanciare un attacco a piena forza sebbene mancassero solo 75 minuti al tramonto.

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    I volti tesi dei piloti del VF-1 che si preparano a decollare il 20 Giugno del 1944

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    Sulla lavagna del briefing la scritta: "Get the Carriers"

    Gli aerei attaccanti (85 caccia, 77 bombardieri in picchiata e 54 aerosiluranti, in tutto 216 aerei) decollarono alle 18:30. Ozawa era stato capace di alzare solo pochi caccia come schermo, non più di 35 secondo stime successive, ma questi pochi erano decisamente pilotati da mani abili e il fuoco antiaereo giapponese fu intenso.

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    La portaerei Zuikaku (al centro) e due cacciatorpediniere sotto attacco da aerei della Task Force 58, 20 giugno 1944

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    HIJMS Hyio

    Le prime navi avvistate dagli statunitensi furono delle petroliere e due di queste furono così danneggiate da dover essere più tardi autoaffondate. La portaerei Hiyo fu attaccata da 4 Grumman TBF Avenger della Belleau Wood e venne colpita da almeno un siluro e successivamente affondò.

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    Grumman TBF-1 Avenger

    Le portaerei Zuikaku, Jun'yo e Chiyoda vennero danneggiate da bombe, così come l'incrociatore da battaglia Haruna. 20 aerei statunitensi vennero abbattuti.

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    L'avanguardia giapponese sotto attacco da aerei della Task Force 58, nel tardo pomeriggio del 1944. L'incrociatore pesante che gira in cerchio a destra vicino all'obbiettivo è il Maya o il Chokai. Più lontano la piccola portaerei giapponese Chiyoda.

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    Una colonna di fuoco si innalza da una portaerei giapponese colpita durante l'attacco del 20 Giugno

    Alle 20:45 i primi aeroplani statunitensi iniziarono a tornare alla TF 58. Mitscher decise di illuminare completamente le portaerei, nonostante il rischio di attacchi da parte di sottomarini o aerei in volo notturno. I cacciatorpediniere di guardia lanciarono proiettili illuminanti per aiutare gli aeroplani a rintracciare il task group. Nonostante ciò 80 aerei in volo di ritorno andarono persi, alcuni fracassandosi sul ponte di volo, la maggior parte cadendo in mare una volta esaurito il carburante. Comunque molti degli equipaggi furono salvati nella notte stessa o nei giorni successivi.

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    Salvataggio notturno


    Fine della battaglia


    Quella notte Ozawa ricevette da Toyoda l'ordine di ritirarsi dal Mare delle Filippine. Forze statunitensi lo inseguirono, ma la battaglia era terminata.

    Per i quattro attacchi giapponesi furono utilizzati 373 aerei imbarcati su portaerei, dei quali 130 ritornarono alle portaerei e molti furono distrutti a bordo delle portaerei affondate il primo giorno. Dopo il secondo giorno il totale delle perdite ammontò a oltre 400 aerei imbarcati e circa 200 aerei con base a terra. Le perdite statunitensi del primo giorno furono di soli 23 aerei e di 100 il secondo (principalmente a causa degli atterraggi notturni).

    La battaglia fu soprannominata dagli americani il "Grande Tiro al Tacchino delle Marianne" per il rapporto di perdita gravemente sproporzionato, inflitto agli aerei giapponesi dai piloti americani e dai cannonieri anti-aerei . Le forze americane subirono perdite molto più leggere. Sembra che fu un pilota della USS Lexington a commentare durante la battaglia: "Questo è come sparare al tacchino ai vecchi tempi!".

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    Lieutenant Alexander Vraicu mostra i numeri delle vittorie a bordo dell'USS Lexington


    Il risultato asimmetrico è attribuibile ai miglioramenti americani nell'addestramento dei piloti e delle squadre, al miglioramento delle tattiche e della tecnologia di guerra, delle navi e della progettazione degli aeromobili. La macchina da guerra giapponese non potè invece sostenere questi progressi perdendo inesorabilmente competitività fino alla fine del conflitto.

    In definitiva, nello scontro, la Marina imperiale giapponese perse tre portaerei, tra 550 e 645 aerei, e centinaia di piloti, oltre a diverso naviglio minore.

    Le perdite giapponesi furono ancora più gravi perchè irrimpiazzabili.
    Nella successiva battaglia del golfo di Leyte, che avvenne alcuni mesi dopo, le portaerei vennero usate solo come esca a causa della mancanza di aerei e di equipaggi per farli volare.


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    Equipaggio schierato sul ponte della USS Hornet, dopo la battaglia che lasciò il Giappone privo del suo potere aeronavale


    Perdite Giapponesi:

    3 portaerei affondate: Shokaku, Taiho, Hiyo,
    2 petroliere affondate
    circa 600 aerei distrutti
    6 navi gravemente danneggiate

    MORTI:

    30.000 (Battaglia di Saipan)

    20.000 (Battaglia di Guam)

    3.000 (Battaglia di Tinian)


    Perdite Statunitensi:

    1 Nave da Battaglia danneggiata: USS South Dakota

    123 aerei distrutti (circa 80 equipaggi sopravvissuti)

    MORTI :

    14.021 (Conquista di Saipan)

    7.800 (Conquista di Guam)

    327 (Conquista di Tinian)


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    CONSIDERAZIONI SULLA BATTAGLIA

    La Battaglia delle Marianne fu indubbiamente una tra le più grandi e spettacolari battaglie tra portaerei della Seconda Guerra Mondiale e quindi della storia stessa delle battaglie navali.

    Si fronteggiarono da un lato l'invincibile armada americana, composta da un numero impressionante di portaerei, corazzate e incrociatori, dall'altro l'intera Marina Imperiale giapponese, pronta al sacrificio estremo.

    CHI ERA IL FAVORITO?

    Analizzando meccanicamente il numero delle forze in campo verrebbe subito da pensare che gli americani avessero fin dall'inizio il favore del pronostico (erano infatti superiori per il numero di navi e di aerei imbarcati). I giapponesi potevano però contare sul "fattore campo", cioè sul fatto che "giocavano in casa". Avevano infatti a disposizione un notevole quantitativo di aerei di base sulle isole dell'arcipelago delle Marianne, pronti a colpire mortalmente le portaerei americane. La situazione tattica all'inizio della battaglia non era quindi nettamente a favore degli americani, ma in bilico.

    CHI RISOLSE LA BATTAGLIA

    Sembra paradossale, ma la più grande battaglia tra portaerei fu risolta a favore degli americani dalla più infida arma navale, il sommergibile. Fu infatti il sommergibile americano "Cavalla" ad affondare in rapida successione le due più grandi ed importanti portaerei giapponesi, la nuovissima Taiho e la gloriosa Shokaku, privando la flotta giapponese di un numero considerevole di aerei e facendo praticamente vincere la Seconda Guerra Mondiale agli americani stessi.

    CHI ATTACCO' DI PIU'?

    E' indubbio che stavolta, al contrario delle Midway, furono i giapponesi ad avere in mano la situazione. I giapponesi infatti scoprirono subito la flotta americana e gli scagliarono contro quattro attacchi in rapida successione. Gli americani trovarono solo a fine battaglia la flotta giapponese e poterono compiere solo un estremo e difficoltoso attacco. Non è blasfemo affermare che se fossimo stati all'epoca delle Midway i giapponesi avrebbero distrutto l'armata americana cogliendo una strepitosa vittoria, purtroppo due anni dopo l'aviazione americana surclassava ormai quella giapponese e tutti gli attacchi aerei nipponici si risolsero in una ecatombe di aerei (il famoso "Tiro al Piccione delle Marianne").

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    CAUSE DELLA SCONFITTA GIAPPONESE

    La sconfitta giapponese è da addebitarsi non certo all'eccellente condotta tattica di Ozawa, ma all'inesperienza dei piloti e al fatto che gli aerei giapponesi erano ormai inferiori a quelli americani (gli Hellcat erano ormai il terrore degli Zero). Il fior fiore dei piloti del Sol Levante era ormai andato in cielo dopo la disfatta delle Midway e la vittoria costosissima di Santa Cruz.


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    F6F-5 Hellcat


    IL GIAPPONE AVREBBE POTUTO VINCERE?

    Due anni prima quasi certamente il Giappone avrebbe vinto questa battaglia, ma nel 1944, in alcun modo i nipponici avrebbero potuto ribaltare le sorti di questo scontro navale. Forse se avessero adottato in maniera massiccia, come nel 1945 durante la battaglia di Okinawa, l'uso dei kamikaze, avrebbero potuto infliggere danni maggiori alle portaerei statunitensi, ma certamente avrebbero perso lo stesso le isole dell'arcipelago delle Marianne.


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    Hellcat vs Zero


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    (continua)
    Ultima modifica: 25 Gennaio 2012
  4. 6S.Cipson

    6S.Cipson Active Member

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

    ORDINE DI BATTAGLIA

    GIAPPONE

    Forza Mobile: Ammiraglio di divisione Jisaburo Ozawa a bordo della Taiho

    La forza mobile era stata divisa in 3 forze: "Avanguardia", Forza "A" e Forza "B"

    Avanguardia: Ammiraglio di divisione Kuritaa bordo della Atago

    3 portaerei leggere: Chitose, Chiyoda e Zuiho
    4 navi da battaglia: Yamato, Musashi, Kongo, Haruna
    9 incrociatori: Atago, Maya, Takao, Tone, Chikuma, Chokai, Kumano, Suzuya
    1 incrociatore leggero: Noshiro
    7 cacciatorpediniere

    Forza "A": Ammiraglio di divisione Jisaburo Ozawa a bordo della Taiyo

    3 portaerei di squadra: Taiyo, Shokaku, Zuikaku
    2 incrociatori: Myoko, Haguro
    1 incrociatore leggero: Yahagi
    6 cacciatorpediniere

    Forza "B": Ammiraglio di divisione Takaji Joshima a bordo della Junyo

    2 portaerei di squadra: Jun'yo, Hiyo
    1 portaerei leggera: Ryuho
    1 nave da battaglia: Nagato
    1 incrociatore: Mogami
    10 cacciatorpediniere

    Forze sottomarine: Ammiraglio di divisione Takeo Takagi sull'isola di Saipan

    24 sottomarini

    Aviazione: Ammiraglio di divisione Kakuta Kakuji sull'isola di Guam

    250 aerei stazionati nelle basi di Rota, Saipan, Tinian e Guam

    Totale:

    5 portaerei di squadra, 4 portaerei leggere, 5 navi da battaglia, 12 incrociatori, 2 incrociatori leggeri, 28 cacciatorpediniere, 24 sottomarini, petroliere di supporto
    680 aerei (di cui 250 con base a terra)

    Perdite:

    3 portaerei affondate: Shokaku, Taiho, Hiyo,
    2 petroliere affondate
    circa 395 aerei distrutti
    6 navi gravemente danneggiate

    MORTI:

    30.000 (Conquista di Saipan)

    20.000 (Conquista di Guam)

    3.000 (Conquista di Tinian)

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    STATI UNITI


    Flotta del pacifico: Ammiraglio di squadra Chester Nimitz

    5ª Flotta: Ammiraglio di squadra Raymond Spruance a bordo della Indianapolis

    Task Force 51 (TF 51 ) (Forze di spedizione congiunte)
    Task Force 58 (TF 58 ) (Forze aereonavali rapide)

    TF 58 Ammiraglio di divisione M. A. Mitscher a bordo della Lexington

    la TF 58 era divisa in 4 Task Groups (TG) più la linea di battaglia del vice-ammiraglio Willis A. Lee

    TG 58.1 Contrammiraglio Joseph J. Clark a bordo della Hornet

    2 portaerei di squadra: Hornet, Yorktown
    2 portaerei leggere: Belleau Wood e Bataan
    3 incrociatori: Boston, Baltimore e HMAS Canberra
    2 incrociatori leggeri: Oakland e San Juan
    14 cacciatorpediniere

    TG 58.2 Contrammiraglio Alfred E. Montgomery a bordo della Bunker Hill

    2 portaerei di squadra: Bunker Hill, Wasp
    2 portaerei leggere: Cabot, Monterey
    3 incrociatori leggeri: Santa Fe, Mobile e Biloxi
    15 cacciatorpediniere

    TG 58.3 Contrammiraglio John W. Reeves a bordo della Enterprise

    2 portaerei di squadra: Enterprise, Lexington
    2 portaerei leggere: San Jacinto, Princeton
    1 incrociatore: Indianapolis
    3 Incrociatori leggeri: Montpellier, Cleveland e Birmingham
    13 cacciatorpediniere

    TG 58.4 Contrammiraglio William K. Harrill a bordo della Essex

    1 portaerei di squadra: Essex
    2 portaerei leggere: Langley e Cowpens
    3 incrociatori leggeri: Vincennes, Miami e Houston
    14 cacciatorpediniere

    TG 58.7 (linea di battaglia) Ammiraglio di divisione (Viceadmiral) Willis A. Lee a bordo della Washington

    7 navi da battaglia: Washington, North Carolina, Indiana, Iowa, New Jersey, South Dakota e Alabama
    4 incrociatori: Minneapolis, San Francisco, New Orleans e Wichita
    14 cacciatorpediniere

    Totale:

    7 portaerei di squadra, 8 portaerei leggere, 7 navi da battaglia, 8 incrociatori, 12 incrociatori leggeri, 67 cacciatorpediniere, 22 sottomarini


    Perdite:

    1 Nave da Battaglia danneggiata: USS South Dakota

    123 aerei distrutti (circa 80 equipaggi sopravvissuti)

    MORTI :

    14.021 (Conquista di Saipan)

    7.800 (Conquista di Guam)

    327 (Conquista di Tinian)



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    Pala di elica di aereo giapponese caduto sull'Essex 19 June 1944

    Fonte: WIKIPEDIA, "LA GUERRA DEL PACIFICO" DI B. MILLOT



    a cura di R. Cipson
  5. 6S.Robby

    6S.Robby Mordicchio Pilota 313° F.T.V. Pilota del 6° Stormo

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

    prevedo una morte rapida pure per noi.......
  6. 6S.Duke

    6S.Duke Personale a terra

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

    è morta anche Marianna?
  7. 6S.Cipson

    6S.Cipson Active Member

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

    Un estratto del libro di Millot per capire la Battaglia nei dettagli...
    ___________________________________________________________________________

    MARIANNE, 19, 20 giugno 1944 - Dentro la Battaglia



    (TRATTO DA "LA GUERRA DEL PACIFICO" DI B. MILLOT)

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    LA GIORNATA DECISIVA DEL 19 GIUGNO 1944

    Sorse l'alba del 19 giugno e, verso le 6, il levare del sole lasciò presagire una splendida giornata, senza nubi e con moderati alisei che soffiavano da est. La Task Force 58 dirigeva sempre a est, in pratica contro vento e, alle 6.19, Spruance ordinò un'inversione di rotta per avvicinarsi al nemico. Sfortunatamente, le continue manovre per il decollo e l'appontaggio degli aerei di pattuglia e di ricognizione costrinsero tutti i gruppi a navigare verso est per qualche tempo; questo fece sì che la Task Force 58 percorresse soltanto qualche miglio verso ovest.

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    L'imponente Task Force 58

    Spruance annunciò a questo punto che, qualora non avesse ricevuto informazioni precise sulla flotta giapponese, avrebbe fatto eseguire una nuova incursione di bombardieri per neutralizzare gli aeroporti nipponici delle isole Marianne. Questa notizia costernò Mitscher, il quale, dal canto suo, intuiva l'imminenza dello scontro navale senza per altro disporre di alcuna prova.
    Dovevano determinarsi avvenimenti che avrebbero dimostrato la fondatezza della decisione di Spruance. Infatti, verso le 5.3°, i radar segnalarono contatti al di sopra delle Marianne, lontane in quel momento un centinaio di miglia. Le pattuglie della caccia americana si diressero verso quel punto e abbatterono un aereo nipponico, mentre i cacciatorpediniere del Task Group 58-7 distruggevano un bombardiere Val, giunto sopra di essi.
    Numerosi apparecchi giapponesi si avvicinarono alla flotta americana, ma vennero per la maggior parte abbattuti dalla difesa contraerea e dalla caccia di protezione, prima di essere riusciti a entrare in azione.

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    Uno Zeke nel mirino

    Quando gli Hellcat della portaerei Belleau Wood giunsero sopra Guam, alle 7.20, si trovarono di fronte a un vero carosello aereo di apparecchi giapponesi che decollavano dall'aeroporto di Orote.
    I giapponesi avevano evidentemente fatto l'impossibile per radunare laggiù il maggior numero di apparecchi, nella speranza di causare alla Task Force 58 danni gravissimi.
    Gruppi di caccia americani provenienti da altre portaerei giunsero in rinforzo, ma abbatterono soltanto una parte degli apparecchi nemici; gli altri si erano affrettati ad atterrare e a mimetizzarsi abilmente al suolo.
    Poco dopo le 8, i radar segnalarono alcuni « bogeys » a sud-ovest di Guam, alla distanza di 81 miglia.
    Si trattava di tutto ciò che l'ammiraglio Kakuta aveva potuto racimolare a Truk e a Yap per aiutare le isole Marianne.
    Gli Hellcat si gettarono sul punto segnalato e impegnarono un grande combattimento aereo durante il quale 35 aerei giapponesi furono abbattuti in fiamme. Altri aerei nipponici sfuggirono al massacro e riuscirono a nascondersi a Orote.
    Erano quasi le 10 quando i radar della flotta americana intercettarono una moltitudine di « bogeys » provenienti da ovest.
    Non c'erano più dubbi: Ozawa passava all'attacco.
    Tutti gli aerei americani in quel momento in volo furono richiamati d'urgenza e, alle 10.23, tutte le portaerei americane accostarono per mettersi contro vento.

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    Pochi minuti di ritardo avrebbero potuto decidere l'esito dello scontro.
    Infatti, se gli americani avessero avuto il tempo di sgomberare i ponti di tutti i bombardieri, avrebbero potuto tutelarsi in tal modo assai meglio contro i pericoli di incendio in caso di attacco e, soprattutto, facilitare i movimenti dei caccia.
    Gli equipaggi, avvezzi a queste manovre, fecero miracoli sgombrando i ponti in un tempo da primato.
    I caccia poterono appontare per rifornirsi, mentre altri decollavano per intercettare l'incursione giapponese segnalata.

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    Nel campo nemico, Ozawa aveva fatto decollare, sin dalle 4.45, 16 idrovolanti da ricognizione, ma aveva dovuto aspettare a lungo prima di ricevere precise informazioni.
    Alle 7.3° uno degli idrovolanti gli segnalò la presenza di una forza americana importante, che altro non era se non i Task Groups 58-4 e 58-7.
    Alle 5.15 14 apparecchi nipponici decollarono dalle portaerei e individuarono solamente i cacciatorpediniere di testa dell'ammiraglio Lee, ma vennero intercettati e 7 di essi non tornarono alla base.
    Ozawa decise i1 termine che designava ogni contatto radar.allora di attaccare e, alle 8.3°, fece partire 69 apparecchi verso il primo punto di contatto segnalato dagli idrovolanti.
    La formazione aerea giapponese comprendeva 16 caccia Zero, 45 apparecchi Zero identici ai primi,
    ma equipaggiati con bombe, e 8 aerosiluranti Jill.
    Furono questi gli aerei intercettati dai radar della Task Force 58 alle 10 e fecero sì che venisse decisa la partenza di tutta la caccia americana disponibile.
    I contatti radar situarono l'incursione nipponica a 15° miglia dalla Task Force 58: ciò lasciava pochissimo tempo per eseguire le indispensabili manovre di sicurezza, ma gli apparecchi giapponesi, giunti a 7° miglia dagli obiettivi, incominciarono a girare in tondo a 6000 metri di quota per raggrupparsi prima dell'attacco.
    Questa tregua miracolosa consentì agli americani di adottare le necessarie misure.


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    MISSIONE AL CREPUSCOLO

    ...Eppure, nonostante l'indiscutibile successo riportato dalle forze aeree e dai sommergibili americani, l'ammiraglio Mitscher continuava ad essere preoccupato.
    Infatti, se notizie incoraggianti gli erano pervenute in continuazione per tutta quella giornata, era rimasto condizionato dai movimenti dell'aviazione e non aveva potuto applicare il suo piano d'attacco.
    Costretta a navigare contro vento, a est-sud-est, a causa dei continui decolli degli aerei, la Task Force 58 si era allontanata dal nemico per gran parte della giornata e Mitscher aveva a poco a poco perduto la speranza di poter raggiungere la flotta nipponica.

    D'altro canto, le ricognizioni aeree americane erano rimaste tutte infruttuose e Mitscher continuava a ignorare la posizione della flotta di Ozawa.
    Sapeva che l'ammiraglio giapponese aveva perduto in pratica tutta la sua aviazione e che, essendo così disarmato, Ozawa avrebbe cercato di fuggire e di mettersi al riparo, e questo toglieva a Mitscher la possibilità di riportare una grande e decisiva vittoria.
    L'ammiraglio Spruance, messo al corrente della situazione, ordinò alla Task Force 58 di dirigere di nuovo a ovest, non appena gli ultimi aerei avessero appontato.

    Alle 20 del 19 giugno la flotta americana accostò e Mitscher distaccò il Task Group T.G. 58-4 dell'ammiraglio Harrill per continuare le operazioni di rastrellamento nei cieli delle Marianne.
    Il gruppo di Harrill incrociò quindi intorno a Guam e a Rota e mantenne un certo numero di aerei di pattuglia per impedire ai giapponesi ogni attacco alle spalle della flotta americana.
    Durante questa stessa notte non giunse a Mitscher nessuna informazione sulla posizione di Ozawa e ci si potrebbe chiedere come mai l'ammiraglio non lanciò i suoi apparecchi muniti di radar alla ricerca notturna della flotta nipponica.
    Alcuni di questi aerei, forniti di serbatoi supplementari, avrebbero potuto raggiungere la zona in cui si trovava Ozawa,consentendo cosi a Mitscher di sorprenderlo sin dall'alba.

    Mitscher ritenne, certo, che la perdita di tempo causata dalla necessaria inversione di rotta contro vento, per permettere l'involo degli apparecchi, avrebbe fatto perdere troppe miglia nell'inseguimento della flotta giapponese che andava cercando.
    D'altra parte, i caccia notturni imbarcati erano di recente impiego e Mitscher ancora non attribuiva loro molta importanza.
    In ogni caso, non venne effettuata alcuna ricognizione aerea notturna americana.
    Dal canto suo, l'ammiraglio Ozawa aveva ordinato alle navi di dirigere a nord-ovest, allo scopo di rifornirsi di nafta, durante una parte della giornata del 20 giugno, e in seguito di riprendere l'offensiva con l'aiuto dell'aviazione con base a terra, della quale ignorava la quasi completa distruzione.

    D'altronde, era convinto che un gran numero degli aerei imbarcati avesse raggiunto Guam e Rota dopo aver condotto a termine le incursioni e fosse in grado di riprendere gli attacchi aerei sin dall'alba del 20 giugno.
    Contrariamente a quanto pensava Mitscher, i giapponesi non avevano perduto la loro aggressività e quando, alle 5.30, le prime luci dell'alba del 20 giugno arrossarono la linea dell'orizzonte, 9 idrovolanti da ricognizione partirono dagli incrociatori giapponesi.


    La loro esplorazione non diede frutto e 3 di essi non rientrarono alla base.
    Alle 6.13 decollarono altri 6 apparecchi e, quella volta, uno di essi incontrò, alle 7.13, 2 aerei imbarcati americani.
    Ciò dimostrava la presenza di portaerei nemiche nelle vicinanze, ma Ozawa non diede peso all'informazione e ordinò di effettuare il rifornimento come previsto.

    Alle 12.30 la riunione delle petroliere divenne effettivo e la flotta mobile avanzò a piccola velocità verso nord-ovest cominciando a fare il pieno di combustibile.


    Alle 13 le portaerei Chitose e Zuiho fecero decollare 3 aerosiluranti allo scopo di coprire la flotta e di proteggerla da una sorpresa sempre possibile.
    Alla stessa ora, informazioni ritrasmesse da Tokio giunsero a Ozawa avvertendolo che la flotta americana si stava avvicinando.
    Ozawa fece sospendere immediatamente le operazioni di rifornimento, che in pratica non erano ancora incominciate.

    Ozawa, che si era imbarcato sull'incrociatore Haguro, dopo il naufragio della Taiho, passò sulla portaerei Zuikaku alle 13, allo scopo di disporre di mezzi di telecomunicazione più potenti.
    Soltanto in quel momento fu informato della vastità del disastro subìto dalla sua aviazione imbarcata.
    Disponendo ormai solamente di un centinaio di aerei, ma facendo sempre conto su quelli con base a terra, decise di riprendere l'offensiva il 21 giugno, non appena le navi avessero fatto rifornimento.


    Dal canto suo, Mitscher aveva inviato numerosi aerei ad esplorare un vasto settore e uno di essi, un Avenger partito dall'Enterprise alle 13.30, scoprì la flotta di Ozawa alle 154°.
    Due minuti dopo, Mitscher ricevette la notizia, ma l'incrociatore giapponese Atago intercettò il messaggio, lo tradusse e lo ritrasmise a Ozawa alle 16.15.
    Ciononostante, il messaggio del ricognitore americano era stato talmente disturbato che riusciva quasi impossibile trarne dati sufficientemente chiari.

    Mitscher sentì confusamente che gli si presentava l'occasione di assestare un colpo fatale alla flotta nipponica.
    Alle 15.57 un nuovo messaggio del pilota contrariò l'ammiraglio perche la posizione accertata per il gruppo nemico più vicino si trovava a una distanza di 275 miglia (510 chilometri), che, tenendo conto del cammino da percorrere per raggiungere gli altri gruppi nemici, e delle evoluzioni indispensabili nel corso dell'attacco, avrebbe fatto impiegare gli aerei americani all'estremo limite del loro raggio d'azione.

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    L' Ammiraglio Mitscher

    D'altra parte, l'ora ormai tarda avrebbe implicato necessariamente il rientro notturno degli apparecchi, per la maggior parte a corto di carburante. Gli equipaggi avevano effettuato qualche appontaggio di notte, ma non erano molto ben addestrati a questo difficilissimo esercizio, e tanto meno con apparecchi che potevano essere più o meno danneggiati dopo una lunga ed estenuante missione.

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    Mitscher si trovava di fronte a un angoscioso dilemma: da un lato intuiva che l'occasione era forse unica, ma dall'altro non poteva non tener conto dei rischi enormi che un tale attacco avrebbe presentato per i suoi aviatori.
    Alle 16.10 Mitscher prese la pericolosa decisione di attaccare.

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    Piloti del VF-1 si preparano a decollare il 20 June 1944

    Alle 16.21, la Task Force 58 virò a est, contro vento, e, nell'intervallo di tempo straordinariamente breve di dieci minuti, 216 apparecchi decollarono dai ponti di 11 portaerei ( Si trattava delle portaerei: Lexington, Enterprise, Cabot, Belleau Wood, Bataan, Was,Bunker Hill. Hornet, Yorktown, San ]acinto e Monterey).

    Alle 16.36, la flotta americana aveva già ripreso la rotta a nord-ovest.
    Gli apparecchi americani avevano caricato tutto il carburante possibile, per poter raggiungere la flotta di Ozawa e fare ritorno.
    Gli 85 caccia Hellcat e i 77 bombardieri in picchiata erano dotati di serbatoi sganciabili, mentre i 54 aerosiluranti Avenger potevano contare sulla loro autonomia normale, che era maggiore, per condurre a termine questa missione particolarmente lunga.

    Alle 18.25 gli americani scorsero alcuni aerei giapponesi e poco dopo avvistarono i gruppi navali nemici.
    Il sole era già basso sull'orizzonte e una leggera penombra cominciava a stendersi sulla superficie del mare.
    L'ammiraglio Ozawa, avvertito di questo attacco, aveva fatto decollare 75 velivoli delle proprie portaerei perchè si portassero di fronte agli attaccanti americani.
    La battaglia aerea durò una ventina di minuti, durante i quali la difesa contraerea delle navi nipponiche si scatenò furiosamente.

    Nella mezza luce del crepuscolo, le esplosioni dei proiettili della contraerea tracciavano nel cielo una moltitudine di lampi colorati, tra i quali si insinuavano gli aerei americani.
    Un gruppo di bombardieri in picchiata si accani contro le petroliere nipponiche, avvistate per prime e situate in coda alla flotta mobile che avanzava a tutta forza. 2 petroliere, la Genyo Maru e la Seiyo Maru, vennero cosi gravemente colpite che i loro equipaggi le affondarono alcune ore dopo.
    Frattanto, gli aerosiluranti avevano assunto la formazione di attacco e in picchiata verso la Zuikaku e la Hiyo.
    Quest'ultima fu ripetutamente colpita e uscì dalla formazione scortata dalla corazzata Nagato e dall'incrociatore Mogami.
    I giapponesi tentarono l'impossibile per soffocare gli incendi e per tamponare le falle, ma la Hiyo incominciò a bruciare da prora a poppa e ad affondare di prua.
    Scossa da formidabili esplosioni interne, scivolò negli abissi, lasciando scorgere le eliche per qualche attimo.

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    HIJMS Hyio

    (continua)
    Ultima modifica: 9 Febbraio 2012
  8. 6S.Cipson

    6S.Cipson Active Member

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

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    La flotta Giapponese sotto attacco

    Mentre bombardieri e aerosiluranti si accanivano contro le navi di Ozawa, i caccia americani lottavano contro gli aerei giapponesi levatisi in volo subito prima dell'attacco.
    I piloti nipponici tentarono di intercettare gli attaccanti, ma furono quasi tutti sopraffatti dagli Hellcat scatenati e molti di essi precipitarono.
    Durante l'attacco americano vennero abbattuti 20 soli apparecchi americani, i cui equipaggi, per la maggior parte, furono in seguito salvati.
    Attanagliati dall'angosciosa incertezza del ritorno, gli aviatori americani interruppero l'attacco verso le 19 e cominciarono a raggrupparsi per iniziare il difficile rientro alle portaerei.

    Ciononostante, l'ammiraglio Ozawa non si riteneva battuto e, per quanto si rendesse conto che sul piano aereo era ormai paralizzato, decise di eseguire un contrattacco navale notturno.

    Una parte del gruppo Kurita si lanciò verso est, alla ricerca della flotta americana, ma, due ore dopo, Ozawa richiamò" le unità non avendo potuto determinare la posizione della Task Force 58.
    Cosa del resto ragionevole, perche Kurita avrebbe faticato non poco per raggiungere Mitscher, che si trovava in quel momento a 23° miglia da lui, e per di più si sarebbe scontrato verosimilmente con il gruppo di corazzate veloci dell'ammiraglio Lee, le quali non gli avrebbero lasciato alcuna via di scampo.


    DRAMMATICO RITORNO NOTTURNO

    Gli aerei americani facevano rotta a est, verso la flotta, e tutti gli animi erano tesi verso un solo scopo: tornare.
    Per taluni si trattava di un'ossessione che faceva dimenticare ogni altra considerazione; per altri era il perseguimento di un sogno impossibile.
    Il lungo cammino da percorrere, l'oscurità, le scorte di benzina, diventavano nemici ben più temibili di tutti i caccia giapponesi incontrati fino a quel momento.

    Quando gli aviatori americani avevano invertito la rotta per rientrare alla base, gli ultimi bagliori rossastri del sole al tramonto andavano spegnendosi a ovest, e a est, davanti a loro, l'oscurità si infittiva di minuto in minuto.
    Era la prima volta che una ingente formazione di aerei rientrava di notte.
    Tutti gli animi tendevano a questo scopo, tutti gli occhi erano fissi sull'indicatore di livello della benzina ogni cui spostamento appena percettibile sul quadrante faceva scorrere sudori gelidi sulla schiena dei piloti e mozzava il fiato, quasi che il loro cuore battesse all'unisono con il motore degli aerei. Mai i piloti erano stati consapevoli, come in quel giorno, di essere un tutto unico con i propri apparecchi, mai avevano sentito con tanta intensità questa stretta e affettuosa comunione tra l'uomo e la macchina.

    La loro prima preoccupazione, da quando avevano iniziato il lungo volo di ritorno, era stata quella di regolare fino all'estremo limite l'alimentazione dei motori, facendovi arrivare soltanto il più esiguo flusso di benzina indispensabile al funzionamento.

    Il problema era angoscioso, perchè la maggior parte degli aerei aveva iniziato il ritorno con meno della metà di quanto potevano contenere i serbatoi e l'economia, anche di un solo litro di benzina, significava la certezza di percorrere qualche miglio in più.
    Ad alcuni apparecchi non funzionavano le luci di posizione e gli altri dovevano riferirsi ai rari bagliori dello scappamento dei motori, bagliori tanto meno frequenti in quanto la velocità era al minimo.
    Appariva chiaro, in quel momento, quale grave responsabilità si fosse assunta il vice ammiraglio Mitscher ordinando l'incursione al crepuscolo ed era stato necessario il rischio che non si presentasse mai più una simile occasione di colpire la flotta giapponese, perché egli prendesse una decisione tanto gravida di conseguenze per i suoi equipaggi, ai quali era legato da un affetto tutto particolare.
    Mitscher, a quell'ora. occupava la sedia divenuta leggendaria, nell'ala di plancia della Lexington, e ogni suo pensiero andava ai piloti.

    L'ammiraglio aveva infatti rifiutato di riposarsi, nonostante i consigli dello stato maggiore.
    La sua faccia scavata, da vecchio capo sioux, era tesa verso coloro che, nell'etere oscuro, lottavano disperatamente per tornare.
    A bordo dei velivoli, i mitraglieri e i radiotelegrafisti dei bombardieri domandavano continuamente ai piloti quanta benzina rimanesse.
    Tutti i piloti tentavano di dissimulare la paura e la stanchezza, ma inesorabilmente il loro sguardo era attirato dall'ossessionante lancetta dell'indicatore di livello.
    Il tempo passava e, a uno a uno, alcuni apparecchi si inabissarono nei flutti con i serbatoi completamente vuoti. Poi nacque un barlume di speranza: il pilota di un Dauntless captò il radiofaro della flotta, segnale che dava automaticamente la direzione e insieme la distanza.
    Per qualcuno fu la speranza assurda di poter finalmente tornare con gli ultimi litri di benzina rimasti.
    Per altri la buona notizia coincise purtroppo con gli ultimi tossicchiamenti del motore, che precedono l'arresto completo della combustione e la caduta finale.
    Erano le 20.30, e gli aviatori più vicini al punto segnalato scorsero un raggio di luce all'orizzonte. Si trattava del pennello luminoso di un proiettore della flotta puntato verticalmente.

    Sulla plancia della Lexington, Mitscher era già alle prese con un altro problema, altrettanto angoscioso.
    Che cosa bisognava fare?
    Conservare il normale dispositivo, e cioè mantenere quell'unico proiettore puntato verso il cielo che indicava il centro della flotta, oppure illuminare in pieno tutti i ponti delle portaerei per facilitare I'appontaggio degli apparecchi a corto di benzina e degli equipaggi giunti al limite della più estrema stanchezza?
    Non apportare mutamenti nel dispositivo adottato significava moltiplicare gli incidenti e le inevitabili perdite, ma illuminare a giorno avrebbe comportato un rischio enorme, esponendo la flotta ai colpi degli aerei e dei sommergibili nemici che si aggiravano nei paraggi.

    Mitscher pensò ai pericoli che la sua decisione di attaccare la flotta nemica aveva fatto correre ai valorosi aviatori e decise di far illuminare i ponti di ogni portaerei nel momento in cui i primi velivoli si fossero presentati.
    L'ammiraglio non trovò il coraggio di imporre agli aviatori questo supplemento di tensione nervosa e di pericolo.
    Se i piloti avevano accettato il loro destino, bisognava che anche la flotta accettasse la propria parte di rischio.
    Mitscher rivelò una volta di più di essere un comandante umano e sempre pronto alla comprensione nei confronti degli uomini ai suoi ordini.

    Nel cielo nero era già percepibile il ronzio dei motori e i primi apparecchi si stavano portando in posizione di avvicinamento.
    Gli aerei più vicini alla flotta avevano già abbassato i carrelli, gli alettoni e il gancio di appontaggio e avevano iniziato la ronda circolare intorno a ognuna delle portaerei.
    Anche se i ponti erano bene illuminati, la manovra rimaneva pur sempre pericolosa, perché, vista dall'alto, ogni nave appariva come una piccolissima scatola di cerini luminosa ove sembrava una follia voler fare scendere degli aerei, alcuni dei quali con il motore tossicchiante perché riceveva, ormai, le ultime gocce di benzina soltanto a intervalli allarmanti.
    Alle 20.50, il primo apparecchio, un Avenger, si posò sulla Lexington e gli addetti al ponte compirono meraviglie sgomberando il più in fretta possibile la pista allo scopo di permettere la massima accelerazione nel ritmo degli appontaggi. Apparve subito evidente che i piloti erano incapaci di raggiungere le rispettive portaerei e, alle 20.52, fu diramato l'ordine di accordare la libertà di appontaggio su qualsiasi base galleggiante.
    Era infatti disumano costringere questi aviatori a consumare gli ultimi litri di carburante nella ricerca, certo vana, della propria portaerei.
    E una spaventosa anarchia regnava intorno alle piattaforme, perché la maggior parte degli aviatori cercava di assicurarsi con la forza il primo posto nel circuito di avvicinamento, con il rischio di provocare drammatici incidenti e trascurando le più elementari norme di sicurezza.
    Nonostante l'abilità dei « batmen » (Ufficiali di ponte, di solito piloti anziani che guidano, per mezzo di palette tenute in mano e agitate secondo movimenti convenzionali, gli aerei al momento dell'ultima fase dell'appontaggio, quando l'apparecchio si trova al limite del sostentamento), molti piloti si vedevano rifiutare la pista, ma taluni ignoravano i segnali e si gettavano letteralmente sui ponti.
    Gli incidenti furono numerosi, e mentre alcuni apparecchi riuscivano a posarsi, altri sprofondavano in mare, non avendo più carburante. Frattanto, le squadre dei ponti sgombravano dalle piste gli aerei danneggiati.

    Le navi di scorta fecero miracoli per trarre in salvo gli aviatori precipitati in acqua.

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    Salvataggio notturno

    Verso le 22.50, apparve chiaro che nessun altro aereo americano sarebbe rientrato e che tutti i mancanti erano stati abbattuti al momento dell'attacco o erano caduti in mare per mancanza di carburante.

    Il bilancio di questa missione dimostrò che 100 apparecchi erano andati perduti, di cui soltanto 20 nel corso dell'attacco, mentre le perdite in effettivi ammontavano a 200 uomini. Di questi, 160 vennero tratti in salvo quel
    giorno stesso o nei giorni successivi e, in definitiva, furono soltanto 49 i caduti in quell'incursione, la più terribile nell'esperienza degli aviatori della marina americana.

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    Lieutenant Ronald P. "Rip" Gift relaxes with other pilots in a ready room on board USS Monterey (CVL-26), after landing on her at night following strikes on the Japanese fleet, 20 June 1944. Note admonition "Get the Carriers" on chalk board in the background. Ph. by Lieutenant Victor Jorgensen, USNR.

    L'ammiraglio Spruance non tentò di raggiungere la flotta giapponese e, se diede l'ordine di dirigere a nord-ovest, lo fece per salvare il maggior numero possibile di aviatori caduti in mare e per affondare ipotetiche navi giapponesi in avaria.
    La flotta nipponica era più veloce e la distanza aumentò rapidamente.

    L'indomani, 21 giugno, Spruance fece dirigere di nuovo su Saipan.
    L'episodio si era concluso, e, nonostante il coraggio e i rischi corsi dagli aviatori americani, i maggiori successi erano stati registrati il 19 giugno, dai sommergibili americani, quando avevano affondato, quasi una dopo l'altra, le portaerei nipponiche Taiho e Shokaku.



    La battaglia delle Marianne, detta anche la prima battaglia del Mare delle Filippine, era giunta al termine e si concludeva con una grave disfatta giapponese.
    Non soltanto le forze americane non erano state distrutte, e lo sbarco a Saipan non era stato impedito, ma le forze giapponesi avevano subito un cocente scacco con la perdita di tre portaerei e di quasi 400 apparecchi.

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    Lt.(jg) Alexander Vraciu in his F6F after the "Mission Beyond Darkness", Battle of the Phillipine Sea, June 20, 1944

    Le perdite nipponiche in navi sarebbero potute essere assai più disastrose se gli americani non avessero commesso un incomprensibile errore, armando la maggior parte dei monomotori Avenger con bombe invece che con gli abituali siluri.

    Qualcuna di queste bombe colpì il bersaglio, ma se questi Avenger avessero avuto un siluro di certo le perdite giapponesi sarebbero state ben più pesanti, perchè le navi nipponiche non avrebbero potuto evitare tutti gli ordigni e i colpi giunti a segno avrebbero causato danni irreparabili.
    Gli americani si erano senza dubbio ricordati della battaglia di Midway, nella quale le bombe avevano avuto effetti determinanti egli aerosiluranti erano stati invece decimati prima di poter entrare efficacemente in azione, ma i tempi erano mutati e i pesanti aerosiluranti non dovevano più temere di
    essere abbattuti dalla caccia nipponica come a Midway.
    La battaglia delle Marianne, comunque, era una grande vittoria americana e segnava la definitiva distruzione dell'aviazione imbarcata giapponese.

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    DA "LA GUERRA DEL PACIFICO" DI B. MILLOT

    cura e ricerca fotografica R.Cipson
  9. 6S.Season

    6S.Season Membro dello Staff Pilota del 6° Stormo

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

    Grande Cippo! L'ho letto tutto quel tomo di Millot, un bel testo, mi piacque parecchio!
  10. 6S.Cipson

    6S.Cipson Active Member

    Re: LA BATTAGLIA DELLE MARIANNE, 19, 20 giugno 194

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    The war. The home front. The people

    _______________________________

    A loosely chronological photo gallery of the Battle of the Philippine Sea.

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    The US NAVY mighty Task Force 58 on Philippine Sea - June 10th 1044

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    A snapshot of carrier life aboard. Aircraft maintenance men work on planes and bombs, while other men watch a film in the background

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    A Douglas SBD Dauntless dive bomber rides shotgun over Task Force 58 en route from Majuro in the Marshall Islands to the Marianas, June 15th, 1944. US ground forces landed on Saipan that day

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    A General Motors TBM Avenger torpedo bomber watches over Task Force 58 on the fleet's way to invade Saipan

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    Aboard UUS Monterey (CVL-26) in June 19th, 1944, Avengers assigned to bomb Japanese land-based aircraft Tinjan in the Maranas await the takeoff signal

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    Grumman F6F Hellcat fighter aboard the Monterey wears a drop tank filled with extra fuel on its belly as it prepares to take off on a bomb raid againt Japanese aircraft based on Guam

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    Pilots keep busy in a ready room aboard the Monterey during a break, while other pilots are out hitting land-based aircraft.

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    A Japanese attack plane flies high over the task force's Task Group 58.3 on the morning of June 19th, off Saipan.

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    An Avenger lifts off from a carrier deck, heading out to meet coming Japanese carriers on their way to attack Task Force 58

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    A Hellcat rises to confront approaching Japanese fighters

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    Machine-gun bullets kick up water searching their target while a Japanese plane attacks a Task Group 58.3 ship on the morning of June 19th.

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    Anti-aircraft gunners aboard USS Lexington (CV-16) man their posts on June 19th, guarding against Japanese air attack, while a Hellcat touch down on the carrier's deck

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    Finding rest whenever and wherever they can, busyplane-handlers aboard Lexington flop on deck between take-offs and recoveries on June 19th

    (continue)


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    Photographic researches R.Cipson

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