Thursday, 22 October 2009 22:22

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L'ultima sigaretta
27 Dicembre 1944
In questo inizio d'inverno la sensazione che si prova alla vista dell'infinito è particolarmente accogliente e rassicurante, il cielo ti abbraccia in una carezza che solo il tocco di una madre può eguagliare e io mi faccio cullare lasciando la mente libera, con i ricordi che affiorano dal principio.
Così fu l'inizio di questa romantica avventura.
Ero un diciannovenne il giorno della selezione e me ne rimanevo seduto in un angolo in attesa del responso dei test appena sostenuti, a fianco a me un ragazzo di qualche anno più grande dal capello arruffato e nero, statuario.
“Hei, ragazzetto, ti vedo nervoso!â€, mi disse con timbro di voce sostenuto, quasi a volersi mostrare più sicuro di sé, anche se glielo leggevo negli occhi che aveva i miei stessi pensieri; gli occhi, quali specchio dell'anima, non mentono.
“Un po', ma... neanche tanto...â€, risposi cercando di mascherare la mia insicurezza, inutilmente.
Si accese una sigaretta, “Vuoi?†disse, allungandomi un pacchetto di sigarette dal quale faceva capolino l'ultima paglia.
Il pacchetto era molto stropicciato e subito sul mio viso apparve un sorrisetto, figlio dell'idea che quel pacchetto, custodito nella tasca posteriore dei pantaloni, avesse ceduto sotto tutti i cento chili del proprietario.
“Non fumo, grazie lo stessoâ€, “Dai prendila, vedrai che prima o poi il momento giusto per respirarla ci sarà â€.
La presi e la misi in tasca.
Quel ragazzo si chiamava Michel ed assieme superammo le selezioni, diventando piloti della Luftwaffe.
Quella sigaretta, da quel giorno, è il mio porta fortuna e mi segue in volo in tutte le missioni e, ancora adesso, giace le taschino anteriore della mia tuta di volo in compagnia di un fiammifero.
Sussulto per un attimo, i ricordi svaniscono come una nuvola sospinta lontano dal vento.
Maledetta radio, le solite fastidiose interferenze!
Avevo detto al mio meccanico di cambiarmi le bobine, che erano difettose, ma, evidentemente, se n'è dimenticato.
Guardo l'ora, sono le 16.20, il sole è una palla di fuoco, pallida, pronta a scomparire laggiù all'orizzonte, per lasciare spazio alle tenebre e all'oscurità ; i raggi, filtranti attraverso la foschia, giocano in una danza di spiriti e giungono dentro la mia cabina fino a baciarmi il volto.
Provo un tiepido tepore ma è solo una sensazione, perché la morsa del gelo alla fine vince e si fa sentire come una spada lungo la schiena e su tutto il mio corpo, ormai consumato prematuramente; i miei 26 anni sono solo un numero, assomiglio più ad un trentenne, per non dire di più.
Guardo l'altimetro che mi indica 6500 metri, la condensa già inizia a formarsi e si stacca dall'estremità alari generando una treccia di cristalli lungo il mio passaggio.
Sono solo ormai, sono l'ultimo rimasto della squadriglia 6S, i miei compagni caduti lungo questo estenuante cammino, uno dopo l'altro, nel tentativo di difendere quello che la guerra prima ha dato, la possibilità di volare, e che poi così miserabilmente ha tolto, strappando loro le ali e con esse l'alito di vita.
Le Café de Berck, il luogo dei nostri ritrovi era così pieno di vitalità , adesso non è più nulla, mese dopo mese è andato svuotandosi, fino a lasciarmi solo, seduto nel solito angolo, col capo chino a sorseggiare un amaro, che è zucchero filato a cospetto della mia vita.
A volte, mi giro verso l'ingresso, credendo, o forse sperando, che qualcuno ritorni, ma la porta non si è mai più aperta.
Sorvolo una cittadina ridotta in macerie, non è una novità e, ormai, non ho più emozioni al vedere la mia Germania violentata dalle incursioni degli alleati.
Al diavolo! Una volta non ero così, ero più patriota, ero più fiero!
Proseguo la mia perlustrazione in cerca di qualche ricognitore americano e mi porto verso nord, nel frattempo la mia quota è divenuta di circa 8500 metri e decido di non andare oltre con il mio Anton. Il Comando da qualche mese mi ha assegnato la versione 9, sostituendo così il mio caro A8. Sinceramente, non ci trovo grandi differenze e sono contrariato dalla mancata messa in linea nel mio reparto della versione a muso lungo.
Maledetti idioti, lo fanno volare a reclute e lo negano a me!
Grazie al contrasto con le nuvole, scorgo le sue sagome volare in formazione stretta; a sensazione, avranno all'incirca 2000 metri in meno rispetto alla mia posizione; mi sfilano giusto sotto, ma con 70 gradi di prua di differenza rispetto alla mia direttrice.
Mi sembrano Spitfire!
Pare non mi abbiano visto, in quanto proseguono indisturbati lungo la loro rotta; mi guardo attorno e decido di attaccare, prima che la mia presenza si faccia notare.
Riduco il passo dell'elica mi butto di sotto; calcolo in maniera approssimativa la loro velocità ed anticipo quanto basta la mia direzione.
Il cuore inizia a pompare più forte e più veloce, sento la pressione aumentare nelle mie arterie e l'adrenalina inizia a scorrere.
La gravità fa il suo, aiutata dal potente motore e dall'aerodinamica dell'aereo.
Il variometro è a fondo scala e la velocità sale a 400 chilometri all'ora, 500, 600; controllo il numero dei giri, devo fare attenzione a non eccedere, così riduco ancora un po' il passo dell'elica.
Attraverso la cellula del mio Focke Wulf, il vento grida un urlo di battaglia.
770 chilometri all'ora!
La struttura inizia a scuotersi ed a cigolare, la pressione delle superfici mobili esposte si fa sentire attraverso i leveraggi, fino a commutarsi in una forza che cerca di opporsi alla mia mano, ma gli ingegneri hanno fatto un bel lavoro, tanto che la resistenza rimane comunque gestibile alla barra ed alla pedaliera.
I due velivoli adesso sono più vicini e li identifico certamente come Spitfire.
Scendo dalla loro destra e ormai sono a 800 metri da loro; mi chino sul revi, punto il gregario, la mascella si stringe trattengo il respiro.
Tutto si muove al rallentatore, appoggio le dita sui grilletti, anticipo di una lunghezza avanti il nemico.
200 metri!
Il leader mi vede e disimpegna forte alla sua destra ma il gregario ha un attimo di esitazione.
100 metri!
Gira il capo verso di me, gli occhiali da aviatore li ha tirati sulla fronte lasciando scoperti due occhi verdi mare che, in un istante, si riempiono di quella paura che ho avuto modo di conoscere e riconoscere troppo spesso, la paura della morte.
50 metri, indice e pollice si serrano!
Poi, tutto smette di avere un senso.
Il mondo attorno a noi è fermo in un infinitesimo che si trasforma nell'infinito.
Gli occhi del pilota incrociano i miei; entrambi sappiamo.
Lampi di fuoco si sprigionano dal muso, dalle radici alari e delle semiali.
Il mio velivolo si scuote in un rumore sordo, pneumatico, ripetitivo.
Si liberano frecce d'oro e argento scianti, che raggiungono ed avvolgono lo Spitfire in un abbraccio mortale.
Le prime colpiscono il gruppo propulsivo, facendo saltare i portelloni e pezzi di motore, le altre si concentrano tra la semiala destra e la cabina, esplodendo in una nuvola di detriti e fiamme.
Lo Spitfire ruota su se stesso, mostrando il ventre grigio e le sue coccarde tricolore, come in un virtuosismo d'opera.
La semiala destra, ferita, non regge l'imbardata e si flette; dal grosso strappo vedo il longherone principale cedere e, con lui, a seguire, tutto il rivestimento restante.
I due corpi si separano.
L'ala vortica velocemente, allontanandosi; quello che rimane della fusoliera e della semiala sinistra prosegue la sua imbardata, ripresentando alla mia vista il dorso del velivolo.
Gli occhi verde mare incrociano i miei, nel più classico dei dejavù, ma non c'è più paura; la paura ha lasciato spazio a quel qualcosa che, solo quando sei sul punto di diventare per sempre un uomo libero, puoi provare.
La palpebra si chiude, una stella luminosa gli solca il viso, una lacrima o solo un riflesso dell'ultimo raggio del sole, che si addormenta dietro l'orizzonte, prendendo per mano questo cavaliere dei cieli nel suo ultimo volo.
Il velivolo, avvolto da una coltre di fumo denso scuro, si abbandona alla forza di gravità , per sempre.
Il muso del mio 190 è verticale e, a tutta potenza, risalgo per riguadagnare la quota di partenza, mi volto a cercare l'altro Spitfire, ma non lo vedo più, deve essere sceso sotto la base delle nubi, è inutile cercarlo.
Tento di cancellare dalla mia mente, al più presto, lo sguardo dell'Inglese ma, questa volta, non ce la faccio; pazienza, forse tra un po' non ci penserò più.
La radio gracchia qualcosa di incomprensibile, provo a ripristinare l'audio agendo sulla manopola della frequenza... riesco a sentire delle coordinate e una richiesta di rinforzi da parte di un gruppo di Bf-109.
Si trovano, all'incirca, dieci chilometri avanti lungo la mia rotta di rientro ed, infatti, il crepuscolo mi aiuta a vedere alcuni traccianti.
Mi dirigo a tutta velocità in quella direzione. Maledizione, se sono alti!
Il combattimento è almeno a 7000, 8000 metri e so che, a queste altitudini, sono svantaggiato con il mio aereo.
Conto quattro Bf-109 e sette P-51; man mano che mi avvicino, lo scenario che mi si apre di fronte è una sostanziale partita a scacchi, con i Bf-109 controllati dai Mustang in vantaggio energetico.
Un Americano si lancia su uno dei nostri, che non reagisce prontamente; una raffica di traccianti lo investono, fumo nero e denso comincia ad uscire dalle bocchette di ventilazione del vano motore; c'è un principio di incendio.
Fortunatamente, il tettuccio salta via ed il pilota si lancia dall'apparecchio.
Le danze sono iniziate.
I P-51 iniziano ad attaccare ma non riescono a portare a segno i colpi ed, ormai, io sono sopra di loro.
Ecco l'attimo giusto.
Mi lancio verso uno di loro che ha una traiettoria curva, per mantenere di vista il quadro della situazione sottostante.
Non ha scampo, le mie granate lo raggiungono alla coda, staccando di netto i piani di quota.
L' effetto sorpresa è micidiale. L'aereo si avvita e sparisce...
Estendo subito sull'altro Mustang, 500 metri più avanti.
Alla distanza giusta, sparo sull'ignaro.
I miei colpi lo raggiungono al radiatore ed al serbatoio, facendolo esplodere in una palla di rottami incandescenti.
Adesso si sono accorti di me.
Riguadagno quota, mantenendo quel po' di energia in più che mi permette di gestire la situazione. Nel frattempo i 109, approfittando della confusione venutasi a creare tra gli Americani, hanno saturato il gap energetico con gli altri quattro P-51.
Due entrano in manovra stretta e perdono rapidamente quota.
Un 109 si disimpegna in dive ma viene seguito da un P-51 che, sfruttando la maggior velocità , inizia a recuperare rapidamente sul fuggitivo.
Un secondo Bf si lancia dietro di loro, a sua volta seguito da un Americano.
Il primo 109 viene raggiunto dai colpi del suo inseguitore e precipita in spirale.
Non vedo il pilota lanciarsi.
Il P-51 cabra, per riguadagnare quota, ma è sorpreso dal fuoco del cannone del secondo Bf che, nella risalita, è riuscito ad anticiparlo.
I colpi da 30 millimetri sono micidiali ed a farne le spese è la semiala del Mustang, che salta via in mille pezzi.
Il quarto P-51, che era rimasto alto, molla la partita e preferisce allontanarsi rapidamente verso casa.
Nel frattempo, il 109, che ha appena abbattuto il suo nemico, viene ingaggiato dal terzo Americano, che lo manca;
Entrambi cabrano appaiati, sembrano in linea di fronte, chi dei due stalla prima è perduto.
Le loro velocità decadono.
Mi lancio in picchiata, sperando di arrivare in tempo, ma sono forse troppo lontano.
Il Bf si scompone e cade su se stesso e l'Americano, con una bella manovra, gli si pone giusto dietro in posizione di fuoco.
Le sei mitragliatrici iniziano a cantare ed i proiettili investono l'abitacolo del 109, nello stesso momento in cui i miei colpi asportano l'ala del P-51.
Ero arrivato in ritardo.
Risalendo, vedo i due velivoli cadere esanimi, uno a fianco dell'altro e distruggersi in un campo di terra bruciata.
Non vedo più nessuno.
Ancora una volta sono rimasto da solo.
Lo sconforto mi assale ed i miei pensieri vagano alla rinfusa mentre nel cielo cominciano a comparire le prime stelle, quelle più luminose.
Si dice che quando un pilota muore in combattimento, la notte seguente una stella nuova brillerà nel blu.
Si dicono sempre tante cose...
Un rumore assordante mi fa riprendere da questo vagare della mente.
Dei traccianti mi investono e il mio aereo sbanda.
Vedo la semiala sinistra che ha il rivestimento bruciacchiato ed un P-51 che mi passa sopra la testa riguadagnando quota.
Altri traccianti da destra, questa volta non mi prendono.
Reagisco, virando verso il secondo Mustang per chiudergli l'angolo ed evitare una seconda collimazione.
L'adrenalina torna a scorrere, pompata dal cuore che ha ripreso a battere a ritmo sostenuto.
Ho il viso madido di sudore e cerco di fare il punto della situazione ma, da dietro, altri colpi mi investono.
Sono attaccato da almeno quattro caccia Americani!
Mantengo la calma, prendo direzione verso casa, sperando di scoraggiarli nell'inseguimento.
Osservo un P-51 scendermi dalla verticale.
Picchio, per acquistare velocità , ma lui si avvicina troppo rapidamente.
Livello il mio velivolo e, quando sono ormai a tiro, affondo la barra con forza in avanti.
I colpi mi passano sopra e vedo il Mustang abbozzare la risalita ma in maniera errata. offrendomi la possibilità di tentare una replica.
Devo essere rapido e preciso.
Alzo il muso, anticipo di un paio di lunghezze e sparo una lunga raffica che finisce corta.
Un frastuono ed il mio aereo si scompone, parte della mia strumentazione salta e nell'abitacolo c'è odore di fili elettrici in corto.
Una nuova sagoma mi passa a lato, inconfondibile e maestosa, è la figura di un Tempest, che mi ha appena centrato con i suoi micidiali colpi dei cannoni.
Altri colpi, provenienti dal suo gregario mi investono in una luce abbagliante.
Aria gelida, proveniente da uno squarcio della cellula del mio abitacolo, mi investe.
La bocca mi si impregna del sapore del sangue.
Il mio Focke Wulf si inclina a destra e, con uno sforzo doloroso, spingo col piede sinistro, bloccando il principio di avvitamento.
Chiudo gli occhi un solo istante ma non c'è nient'altro che il buio; li riapro e, più lontano, vedo una luce vibrare.
Un istante dopo altre esplosioni mi raggiungono.
La parte superiore della cofanatura del motore salta dalla sede, distaccandosi completamente.
La gamba del carrello sinistro, non più ancorata, si estrae e si strappa con violenza e fragore, per l'improvvisa resistenza aerodinamica, e va a colpire il flap, che a sua volta si scardina dalle cerniere. Il motore si arresta bruscamente, il carburante che fuoriesce dai serbatoi forati e dagli iniettori condensa e ghiaccia disseminando il cielo di polvere di diamanti.
Tutto tace, solo il fruscio del vento si può percepire; allento la spinta del piede, rilasso la presa dalla barra.
Il mio cavallo alato si piega lentamente sul fianco.
L'altimetro, come un orologio, comincia scandire a ritroso la mia vita, che si riavvolge ed i ricordi ricominciano fino al principio:
...“Vuoi?â€, “Non fumo, grazie lo stessoâ€, “Dai prendila, vedrai che prima o poi il momento giusto per respirarla ci sarà â€...
Accendo la sigaretta...
Von Robben






